La solitudine

Lo spettacolo si chiude con una luce al centro della scena, piccola, che diviene sempre più rara fino a scomparire. Una voce registrata, di persona anziana, recita questo:

Essere soli ha a che fare con il tempo. Per quanto tempo si è soli è una cosa essenziale. Si è soli quando non solo si sente lo scorrere del tempo, ma anche si riflette su questo scorrere.
La solitudine genera solitudine. Si interrompe per puro caso. Non è oggetto di volontà né la sua permanenza né la sua cessazione.
Si è soli assieme o soli da soli, quindi non muta, la solitudine, per il solo fatto di esistere di una cosa o di una persona. Essere vicini, ascoltare, odorare, vedere non cambiano la solitudine.
Ma si è veramente soli, profondamente ed essenzialmente, solo quando si riflette sulla morte, come su quel pensiero in cui noi stessi siamo, per così dire, troppo presenti; ovvero quando siamo noi stessi l’unico oggetto di un pensiero.
In questa solitudine originaria, solo in essa, cosa che mai avviene in natura o nella vita, finalmente pensiero e oggetto si equivalgono.

Nella solitudine estrema, che non è la morte, bensì la sua contemplazione solitaria, le cose sono finalmente quello che sono.

[la voce, riprodotta in scena, è di Lia Formizzi, mia madre. Una luce di un piccolo faro illumina il centro del palco, flebile, fino a spegnersi.]