Il perdono.

ac

L'agente addetto misurava, non si capisce cosa. Il corpo era riverso da un lato, cosa strana per chi fa un volo di cinque piani. Quasi fosse morto dopo.
"Per il gessetto bisogna spostare il corpo" disse. "Non se ne parla nemmeno, Mancuso. Che sei della scientifica ?"
Detto fatto appena girato il commissario, Mancuso una botta al braccio la dà, che altrimenti il suo lavoro non lo poteva fare. Era giovane, pensava. Si immaginava di essere lui. Che anni addietro, manco tanti, si era messo sulla balaustra a gridare per una, magari non si buttava, però uno squaglio l'aveva fatto prendere ai suoi. Quando ci si muore, in fondo è sempre per amore, pensava.
"Questo si è buttato per asbaglio" disse il commissario. "Mi pare che ha una faccia buona. Chi glielo faceva fare ?"
Mancuso se lo guardava con affetto. Era giovane. Bellino. Manco sfigurato. Insomma, un po' sì, ma il terreno l'aveva in fondo lasciato tale e quale, solo senza respiro. Si immaginava che s'era buttato nel vuoto pensando a lei, gli venne addirittura il dubbio che fosse la stessa sua, quella che l'avrebbe fatto buttare. Non l'aveva più vista, magari s'era rifatta una vita con questo povero cristiano, l'aveva convertito al suo corpo bello per poi mollarlo nell'anticamera, così faceva lei, mentre in salone altri progetti vanificavano il loro amore.
Mancuso così pensava e a poco per sua distrazione valeva il rantolo gridato del commissario, uomo di tutto tranne che di cultura, che lo distoglieva da questi pensieri meno legali e più seri. Tornarono in commissariato. L'accadimento aveva ben cambiato la giornata di tutti. Non che non succedesse mai nulla, ma quello era cosa seria, ragazzo giovane muore da parapetto senza notizia di sè. Perchè il ragazzo aveva lasciato nulla scritto, come di rito si fa. Due righe che dicessero l'ho fatto perchè e percome. Assonnato ma sveglio, vigile più per curiosità del futuro, Mancuso apriva la porta della sua stanza, e si sedeva, come solito era quando non c'era da correre, alla poltroncina della sua stanza.
Faceva Mancuso un'equazione curiosa. Che se l'uomo era cambiato, non era più quello che faceva le Crociate o il Risorgimento, a patto che più lo stesso non fosse, tutto intorno a lui doveva essere cambiato. Più interessante ancora era il reciproco. Che se davanti a lui in commissariato lampeggiava uno schermo di un computer, non c'era verso che l'uomo non cambiasse. Poteva essere il selvaggio più selvaggio dell'isola più lontana dalla terra; ma anche lui sarebbe cambiato o forse lo era già a sua e nostra insaputa.
Vaneggiava così, non che non avesse cultura precisa per farlo; Mancuso era ragazzo intelligente e preparato, poliziotto per dovere e necessità, meno per scelta. E quel ragazzo gettato nel vuoto era uno scandalo da riguardare ben bene, al di là di possibili promozioni. La mattina seguente Mancuso accompagna il commissario dalla famiglia del defunto ragazzo. Cerimoniosi oltremodo e oltrerito erano presenti la madre e due fratelli, uno più grande e uno più piccolo, ma vicini d'età. Il padre era morto qualche anno addietro. Piangono, ma non troppo. Giovannino, ecco il nome del ragazzo, era assai buono, studioso, senza problemi. Era andato a studiare a Roma da un anno, all'università. Il piccolo paesino di Monte*** non offriva altri sbocchi e Roma era dopotutto vicina. Lo vedevano spesso. Erano appena stati da lui, a trovarlo. Lui li aveva sistemati alla buona ma dignitosamente. Viveva con altri due studenti in residenza universitaria piuttosto comoda. Di lì il commissario e Mancuso sarebbero andati proprio a vederla. Strette di mano, pianti della mamma e via.
La casa la aprono due ragazzi giovani, uno piange. Giovanni era ordinato, dicono, mai nessuno che lo venisse a trovare. E pensare, dice uno, che quando ci siamo incontrati la prima volta, ci siamo detti che avevamo scelto tutti e due un piano così alto, era il quinto, per vedere Roma dall'alto e per non avere zanzare. Attilio, il terzo ragazzo, si era aggiunto un mese dopo, arriva con stuolo di famiglia nobile o simile, tutti che chiedono informazioni, neanche dovesse istallarci un covo o starci chessò tutta la vita. Così Giovannino e il suo amico non avevano avuto, di prima impressione, un gran risuonare di simpatia per il ragazzo. Piano piano, racconta, e ride, perchè ora i due superstiti erano diventati amici, la simpatia era insomma nata. Una delle ultime sere avevano fatto per la prima volta una festa. E Giovanni aveva invitato anche alcuni amici nuovi, fra cui una ragazza molto carina che, aveva confessato agli amici, a lui piaceva un bel po'. Bene pensò Mancuso e il commissario gli fece eco di pensiero. Ecco fatto, amore voluto e disilluso, pena d'amor lavata in un istante di disperazione.
Gli amici vanno avanti e raccontano che poi questa ragazza a Giovannino in fondo però non gli piaceva così tanto, se ne erano accorti quella sera in cui Giovannino le disse quasi gridando che l'aveva proprio stufato, lei rimase lì un attimo poi corse via in lacrime. I due amici dalla stanza vicina avevano seguito la scena dispiaciuti pensando che non l'avrebbero rivista più. Giovannino aveva però nel contempo ripreso lunghe telefonate. Un'altra, pensavano. Dunque non si era buttato per amore, magari lei avrebbe dovuto.
Il commissario si congedò dai ragazzi ringraziandoli molto anche se brevemente e disse loro, come di rito, di restare a disposizione. Mancuso pensò che quelli però, a disposizione, non ci sarebbero rimasti a lungo. Mancuso era un ragazzo sensibile e molte cose aveva notato che non gli erano piaciute affatto. Intanto la tranquillità con cui raccontavano il tutto. Poi, non si interrompevano mai, lasciavano parlare l'uno l'altro, come se non volessero cadere in contraddizione. Poi, cosa particolare ancora, era quasi sempre uno a parlare, l'altro annuiva e basta. Poi ancora, la stanza da cui Giovannino si era buttato non era la sua, ma quella del salone comune, cosa assai strana per chi compie un gesto simile: o ti butti dalla Torre Eiffel per farti vedere da tutti o lo fai nella solitudine più disperata, una volta chiusa bene a chiave la porta della tua camera. Dai racconti dei ragazzi poi i due non c'erano al momento dell'accaduto, perchè fuori; eppure dai loro racconti si decifrava una sorta di giornata tipo che non prevedeva se non raramente che loro due, entrambi contemporaneamente, si assentassero la sera a cena, verso le nove e mezza. Soldi non ne avevano quasi per niente e una pizza costa quanto un'aragosta al supermercato, ormai. Erano fuori, dissero al commissario. Ma fuori dove ? E quando rientrano, soprattutto, sarà pure scuro, ma non si accorgono che è appena successa una disgrazia ? Dal racconto di uno loro sono saliti, hanno chiamato Giovannino e lui non c'era, hanno visto la finestra aperta, hanno sospettato, si sono sporti e hanno visto il povero ragazzo. Ma chi mai, vedendo una finestra aperta può sporgersi per vedere se c'è mai un cadavere a terra dopo un volo di cinque piani ? E chi mai se non chi, in fondo, un certo sospetto che il gesto quel ragazzo potesse in effetti compierlo ?
E' stato allora che Mancuso ha detto "Commissario, per me, a mio modesto avviso, quei due ci nascondono qualcosa. Il Commissario non sembrò, dall'espressione, cadere dalle nuvole. Mancuso lo rivalutò all'istante.
Il giorno dopo Mancuso si ripresentò a casa dei ragazzi con un mandato.
Avevano chiesto ripetutamente il perché, troppo perché Mancuso non procedesse con ancora maggiore sicurezza. La stanza di Giovannino era povera di cose, spaziosa, un letto, una scrivania, poche carte e libri, un armadio povero, con ancora i suoi pochi abiti. Per Mancuso la disposizione di una stanza era fondamentale. Chiese per questo agli   agenti di non toccare nulla. L'armadio era vicino alla finestra. Posto angusto per un armadio. La luce della finestra era già pochina. Così proprio non filtrava. Che senso aveva metterlo lì ? Quasi non si poteva aprire la finestra. Chiese ai ragazzi se il padrone di casa si seccava se cambiavano disposizione. La testa dei due negava. Con un armadio così non c'era manco lo spazio per buttarsi, pensò Mancuso. Diede ordine di guardare anche se lo fece più per l'allegria fiera di dare un ordine. Poco c'era da smuovere.
Mancuso seguiva il tutto. Gli capita ad un tratto di gettare un occhio ad una mensola. Ma Giovannino non studiava legge ? Sì, dissero i due, con strana espressione. E allora perché qui ci sono solo libri di altro tipo ? Ma che, avete toccato qualcosa ? I due scuotevano la testa all'unisono. Commissario - non sono commissario, disse Mancuso, ci divento forse se mi fate venire a capo di questa cosa. Vabbè, signore, disse uno, i libri di Giovannino me li sono presi io, sono nella mia stanza. L'ho fatto senza pensarci, mi scusi, io studio Scienze Politiche, magari mi potevano servire. E tu, disse con fermezza Mancuso, ti pigli i libri di un morto? E chi ti ha detto che potevi toccare tutte 'ste cose ?
Il ragazzo pareva avvilito. Mancuso sapeva bene quel'espressione, l'aveva vista spesso in persone interrogate che avevano molta esperienza o in chi non ne aveva alcuna, ma era molto furbo. Ragazzi, disse ai suoi, perquisite la stanza di questo qui.
E i ragazzi agenti trovano i libri di Giovannino. Fin qui. Niente di male. Anzi, in fondo, il comportamento del ragazzo che aveva prelevato i libri non deponeva a suo sfavore. In fondo, se si ha il timore di essere scoperti, non si tocca nulla, oppure si fa sparire la prova. Non la si mette nella propria mensola sopra il letto. Era chiaro. I due ragazzi non c'entravano nulla, quello che doveva cercare era la motivazione del volo dalla finestra. Non gli sembrava credibile che qualcuno l'avesse spinto. Perché poi ?
Arrivò il Commissario: "Commissario buongiorno, stiamo procedendo alla perquisizione nelle stanze", bene fece il Commissario, trovato nulla ? chiese - e gli agenti girarono lo sguardo verso Mancuso. Fu a quel punto che Mancuso disse un po' tra sé e sé commissario, qua la cosa mi puzza, 'sti ragazzi hanno qualcosa da nascondere. Sentitosi tratto in causa, il ragazzo che aveva prelevato i libri non fece smorfia alcuna. Mancuso aveva agito bene. L'assenza di reazione del ragazzo preludeva ad una diversa risoluzione. I due non c'entravano nulla, ma forse qualcosa sapevano, e magari avrebbero anche voluto dirlo. Mancuso aspettò. La pazienza premia.
Cominciò a scartabellare i libri di Giovannino rimasti in stanza. Qualche fumetto senza tracce o sottolineature, una copia tascabile della Divina Commedia, alcuni libri di storia medievale, un testo di mistica, ma niente di rilevante. Letture. Poi passò ai libri nella stanza dell'altro ragazzo. Codici civili e testi di giurisprudenza, Giovannino era bravo vero ? chiese, già disse il ragazzo, pigliava sempre trenta. All'interno di un codice un foglio, con sopra tre coppie di numeri:
I,105
X,32
XXXI,41
Mancuso era tipo intelligente e sensibile. Capiva da sé che non si trattava di leggi. I numeri romani. Una legge è, non so 933/41, c'è una barra. E i numeri non sono romani. Il secondo numero di una legge poi identifica di solito l'anno di stesura; ma allora 105 che c'entra ? Forse erano capitoli. Capitoli di qualcosa.
Questo lo acquisisco, disse Mancuso, il Commissario fece faccia annuente e lunga, come dire, fai tu, ma tanto c'è poco da capire.

2.

Mancuso pensava che i gesti, gli atti, che noi giudichiamo in quanto esseri sociali, o come commissari o giudici, non sono che una semplificazione della realtà. E che il movente, ovvero, tutti quei passaggi mentali, associazioni, ragionamenti, andirivieni della razionalità, quei passaggi insensati dell'emotività, insomma tutto quello che, all'interno di un atto, rimaneva quasi o del tutto indescrivibile, era proprio quello che doveva essere seguito e considerato nell'analisi di un gesto. Un mondo di fatti è una semplificazione del reale. La realtà è sotto, nascosta.
Quel ragazzo poteva avere, anzi, doveva avere i suoi motivi. All'interno del sistema delle sue motivazioni egli aveva agito bene. Aveva agito contro un altro ma a favore di se stesso. A Mancuso sembrava che ogni gesto, nel profondo delle sue giustificazioni, fosse veramente ingiudicabile.
Tre coppie di numeri. Mancuso pensò che fosse utile tornare dalla famiglia. Chi compie un gesto di quel tipo non può avere alle spalle una famiglia assolutamente irreprensibile. Io torno lì, commissario, e quello fece come sempre. Annuì.
La madre aprì la porta, buongiorno come si sente, e come vuole che mi senta, insomma frasi di rito. Si sedettero, arrivò il fratello più piccolo. Mancuso accettò un the. Esordì come non era solito, ma fu più per sbrogliare la matassa. Signora, disse, suo figlio faceva uso di sostanze di qualche tipo ? La signora ripose la tazza di the quasi a romperla, si fece rossa in volto e con voce tremante e alta, ma che dice, perché avete trovato qualcosa ? Sì disse Mancuso, mentendo. Ma non sappiamo se fosse sua . La madre ristette e disse al ragazzo più piccolo di andare di là. Era donna intelligente e chiese subito: "Se fate in modo che fosse di Giovannino tutto va a posto, nessuno va dentro eccetera ? Questo mi vuole dire ?" No, signora, disse Mancuso, ma capì un po' di più della signora. Intanto, che era una persona molto furba, furbizia della vita, furbizia che viene da qualcosa che si è riuscito faticosamente a mettere da parte. Poi, che non era una persona senza segreti, avrebbe dovuto scoppiare in lacrime, gridare perché, perché mio figlio, povero figlio. E invece si manteneva in sostanza ben composta e proponeva soluzioni giudiziarie notevoli.
Non sappiamo con certezza cosa fare, signora, proseguì Mancuso. Quello che voglio però sapere da lei è se Giovannino era un ragazzo veramente tranquillo e senza problemi. Abbiamo intuito che non avesse un rapporto sereno con le ragazze, fin qui niente di strano, e chi ce l'ha al giorno d'oggi ? Ma lei forse può raccontarmi qualcosa, anche se lei lo ritiene inessenziale, riguardo Giovannino e la sua infanzia, adolescenza, qualcosa che gli sia accaduto e che possa averlo reso, come dire, preoccupato. La madre non sapeva che dire, fece come per pensare. Giovannino, disse, era sempre un pochino cupo, ma credevamo fosse per concentrazione, intelligenza. Signora, interruppe Mancuso, uno così non si butta dalla finestra a ventun'anni. Aveva, Giovannino, altri interessi, magari che coltivava parallelamente agli studi ? Non so, non credo, disse lei. Non se ne cavava ragno.
Stettero un minuto buono in silenzio, poi Mancuso piazzò la seconda lama. Che rapporti aveva Giovannino con suo padre ? Abbiamo trovato una lettera in un libro in cui chiedeva perdono al padre e usava termini, come dire, alquanto ambigui. La donna si alzò di scatto. Lei è venuto per rovinare la mia famiglia ? Ovviamente no, signora, anche perché, pensava Mancuso, questa lettera magari l'avessero trovata. Era solo un altro grimaldello. Signora, mi scusi, la lettera è al vaglio degli inquirenti, come si dice. Non che fosse strana, ma certo Giovannino doveva amare molto suo padre. Certo, disse lei. Mio marito era una persona degnissima. Aveva un lavoro saltuario ma redditizio. Io invece ero sempre fuori i primi anni in cui i bambini erano piccoli. Gli ha fatto da madre e da padre assieme. Mancuso ebbe un'idea, di quelle che vengono ogni tanto tanto, ma che danno soddisfazione. Pensò che dalla donna proprio non se ne cavava nulla e chiese "vorrei fare qualche domanda al fratello più grande di Giovannino, me lo manda in commissariato appena torna ?" La madre disse certo certo, ma di che si tratta perché cosa c'entra ? Stavolta fu Mancuso   a non farle cavare ragno.
Tempo due orette, passate da Mancuso a guardare e riguardare quel foglietto e a scrivere appunti senza senso, arrivò il ragazzo. Siediti, disse Mancuso, si chiamava Alfredo, era il nome del nonno. Famiglia tradizionale. Ma tu, gli chiese d'esordio, che ne pensavi di Giovannino, come lo vedevi ? Niente, disse il ragazzo. Giovannino era un pochino strano ultimamente. Prima si confidava di più. E vostro padre? Che cazzo vuoi sapere di nostro padre, disse. Mancuso, che era uomo di mondo, non che si impaurisse di parolacce. Ma quello era luogo ufficiale e lui il rispetto un po' se lo meritava. Così gli disse; il rispetto per chi sta cercando di capire perché tuo fratello una sera si piglia in braccio e salta dal quinto piano. Il ragazzo ora era zitto. Aveva la testa china. Non avrebbe più parlato, Mancuso lo sapeva. Gli chiese ancora di suo padre, che tipo era, come era morto, niente. Poi che facesse lui, se studiava se aveva una ragazza. Fu a quel punto che si alzò e se ne andò. Mancuso lo lasciò andare. Pensava che anche se non aveva saputo molto, aveva pur intuito qualcosa di importante. Per Mancuso infatti la verità non è una cosa tanto rilevante. O meglio, per carità, la si cerca fermamente, quello che si vuole dimostrare in fondo è la verità. Ma pensava solo che ci si poteva arrivare in molti modi. Con l'inganno, la menzogna; e che la verità di chi non dice a volte è più precisa di una confessione.
Tornò a casa. Fu quella notte, caduto distrutto dalla tensione della ricerca, che Mancuso ebbe un sogno strano, lui che non sognava mai, o almeno, come pare sia, non se li ricordava.
Era per strada, una strada ai limiti della campagna, quando gli viene incontro una donna bellissima vestita di bianco. Giunta di fronte a lui gli fa cenno di seguirla e Mancuso la segue, con piacere. Gira un angolo di un palazzo e la donna è sparita, allora si volta e la vede dietro di sé, ma il suo aspetto è cambiato. Si alza la veste bianca e mostra i seni, è magrissima, preme sul costato e ne sgorga sangue, in un attimo la veste è rossa. Mancuso si spaventa e corre, ma vede con terrore che la donna lo segue. Corre, corre e si ritrova in un cimitero, su una collina. E' stremato. La donna si avvicina. Orami è quasi uno scheletro. Lo fissa e gli dice: "Vedi, ti ho portato qui. E' qui la tua Fortuna"
E' in questo momento che Mancuso si sveglia di soprassalto, tutto sudato manco quella corsa l'avesse fatta veramente. E come accade di norma, appena sveglio si guarda intorno, un po' ci vuole per rendersi conto che era sogno, che il pericolo era dentro la mente e non nella sua stanza. Si tranquillizza, si rilegge il sogno in testa. Che strano, pensava. Ma chi era quella donna ? E comincia a pensare ai fantasmi suoi. Lui la mamma ce l'aveva ancora. Era una vecchietta mansueta. Non era lei. Un simbolo, ma di che ? E poi: perché la donna sparisce, lo insegue e poi alla fine gli dice "Ti ho portato qui". Non c'era bisogno di scomodare la fisica per capire che chi sta davanti e fugge non è portato, semmai si sceglie la sua fuga bella, nel posto più lontano e sicuro. Ma guarda questo mostro sanguinolento, pensava Mancuso, che si sogna di dirmi che m'ha portato lei ! A me i cimiteri mi fanno schifo. Io sarei scappato per campi, oppure alla Polizia.
La mattina seguente in orario come al solito Mancuso irrompe nella sua stanza. Ha male alla testa. Non solo un brutto sogno, pensava, ci mancava pure il mal di testa. Non aveva nessun programma preciso. E per fortuna in città, per sua competenza, non era accaduto niente di rilevante. Salutò il Commissario che gli chiese come andavano le indagini. Servo suo, rispose Mancuso, come dire, le indagini le faccio io e poi tu le vuoi sapere così le racconti in giro come fossero cosa tua. Mancuso era anche spregiudicato a volte.
Si rintanò dietro la scrivania. Tirò fuori dalla tasca della giacca il foglietto con le cifre. Cominciò a sommarle, dividerle. Niente. Pensò anche, ma se uno vuole lasciare un messaggio per il suo suicidio, mette una bella busta da lettera sul divano della stanza da cui si butta e basta. Che sono 'ste cifre? Ma anche questo in fondo, gli tornava. Una personalità chiusa, curva su se stessa. Ragionativa, timida, introversa. Come di chi ha subito un grande trauma e se lo porta dietro. Uno così non mira all'applauso, neanche quando muore. Ben venga quindi la lettera cifrata. A Mancuso gli pareva di impazzire. Riempiva fogli bianchi di numeri ed operazioni. I metri che dividono la finestra dal messaggio nascosto, anzi le coordinate di un posto. Ma che coordinate erano ? E poi ce lo vedi uno a prendere le misure prima di buttarsi nel vuoto ? Allora sono pagine, pagine di un libro. Ma quale ? Forse non sono in ordine ? Forse sì. Perché avrebbe dovuto rimestarle. Infondo, anche se cifrato, quello era un messaggio, ovvero un segno, una comunicazione di qualcosa. Giovannino aveva voluto che qualcuno lo trovasse, questo messaggio. Forse però voleva fosse uno intelligente, perché le conseguenze del messaggio andavano valutate appieno, da una persona con la testa sulle spalle. Ecco.
Fu in quel momento che irruppe il Commissario, artefice massimo della distrazione nei momenti di maggiore concentrazione. Comandi, aveva detto Mancuso senza alzare la testa dai fogli. Ma che stai facendo Mancuso ? Le parole incrociate ? Mi diverto, aveva risposto. Ed era un po' vero, in fondo. Bisogna sempre un po' divertirsi in questo lavoro, disse il Commissario, altrimenti che fai, ti butti dal quinto piano ? Poi si accorse della coincidenza e mutò espressione, insomma Mancuso ci sono novità o no su 'sto ragazzo ? Nessuna novità Commissario. Procediamo. Cinque secondi di silenzio, come a dire, ma chi me lo fa fare di chiedere altro e il Commissario uscì dalla stanza.
A Mancuso doleva la testa. Pensava che si era affaticato troppo in quei giorni, se pensiamo poi che il caso era scabroso assai. Era giovane e soprattutto aveva ferie depositate che se non se le pigliava se le pigliava il Padreterno. Ferie in scadenza, Mancuso decise di scappare per qualche giorno.
Tre giorni di meritato riposo. Il piccolo albergo lo aveva trovato per caso, più o meno. Era modesto ed accogliente. Una piccola piscina, vanto dei proprietari, permetteva una quasi totale solitudine. Il clima infatti non è che invitasse al bagno. Era solo nell'acqua e si sentiva un po' svedese. Nuotava e si rilassava. Pensava a Giovannino. A quel che si pensa, se si pensa, in quei secondi di salto nel vuoto. Era forse simile al tuffo, quando sei accaldato e vuoi ristorarti ma esiti al bordo della piscina. Ti ci vorrebbe qualche interesse, chessò, una bella ragazza cui mostrare con vanto il dispitto del tuffo improvviso. Oppure esiti, e fai bene, che il mutamento di forme ed essenze improvviso spaventa sempre. Sei corpo caldo, ora sei mare e pesce. Mancuso era in acqua ormai quando sul filo dell'acqua vede un ombra minuscola muoversi. Si avvicina. Era una coccinella. Sarà appena caduta, pensò. Le coccinelle nuotano. Che buffo. Mise due mani avanti e la prese. La riportò a riva. Sembrava camminare sul pavimento. Era salva. Mancuso pensò che da piccolo quando una coccinella ti colpisce o si piazza sul tuo braccio, allora vuol dire che ti porta fortuna. Ora lui aveva salvato la vita della coccinella. Ora era lui la fortuna della coccinella. Aveva invertito la fortuna. Mancuso uscì di colpo dall'acqua.
Corse in camera fece i bagagli di corsa e tornò a Roma. Aveva capito il suo sogno e forse tutto l'enigma.
Era sulla strada del commissariato quando gli corre incontro l'agente Quattrocchi, appuntato, commissa' insomma Mancuso meno male che è arrivato. In stanza c'è un ragazzo da un'ora che dice che ha una cosa troppo importante per lei. Corra che stava per andare via ! Mancuso corre su per le scale e il ragazzo era ancora lì, per fortuna. Correva, Mancuso, come chi già sa di che si tratta.

3.

Era il ragazzo che abitava con Giovannino. Disse che aveva trovato una lettera, per caso e la mostrò a Mancuso. L'aveva trovata nel frigo. Andava a cercare quei pomodori di casa che s'era dimenticato in qualche angolo quando trova questa qua. Un bigliettino modello auguri o fiori. Chiuso. E chiuso era arrivato a Mancuso. Aveva un titolo: Ogni Tre. Mancuso ringrazia il ragazzo. Gli chiede se era la scrittura di Giovannino. Mi pare proprio di sì. Senti un po' ragazzo, gli fa, ma sei proprio sicuro che non mi nascondi qualcosa ? Il ragazzo ristà. E poi, ma non è che mi fate cacciare in un guaio ? Mancuso si siede con volto benigno e lo fissa. Il ragazzo prosegue. Sì, è vero, Giovannino era un po' strano negli ultimi tempi. Anzi forse lo era sempre stato. Simpatico, generoso anche. Si stava anche bene con lui. Ma c'era nella sua aria qualcosa di strano. Tutte queste ragazze, commissario - e Mancuso non lo interruppe, chè il titolo ormai era un di più - non è che fossero...così, diciamo, contente di lui. Lui diceva che, insomma, cose con lui non l'avevano mai fatte. Vai a sapere per colpa di chi. Magari non gli piacevano. Però insomma, commissa', c'hai pure ventun'anni...! Mancuso ascoltava senza battere ciglio. E poi, detto fra noi, preseguì il ragazzo, Giovannino era molto triste e una sera gli ho chiesto cosa aveva. E lui mi ha detto che aveva un segreto, una cosa che non si toglieva dalla pelle. Così ha detto. E io, ma che è un profumo, un odore di fritto ? Ma lui non voleva scherzare, anzi mi pareva che piangesse un po'. Ispetto' mo' non è che me fa' passa' li guai, disse con muso allungato. Ma no, no. Anzi, fai una cosa. Tornatene a casa e assolutamente non dire niente a nessuno. Non hai trovato niente e non sei mai venuto qui, va bene ? Va benissimo, disse il ragazzo, e sparì.
"Ogni tre". Non rimaneva che aprire la busta.
"Chiunque legga il presente biglietto o lo ha trovato per caso o ha risolto il mio enigma. Che buffo decidere di morire e comporre anagrammi ! Mi solleva un po'. In ogni caso spero che lo legga una persona ammodo e sappia che farne. Non ne posso più. Mio padre è morto da qualche anno, ma nei miei pensieri ritorna e nei miei sogni. Avevo tre anni, poi sei. Non mi ricordo i particolari. Ho letto che quelli fanno parte di quello che chiamano il rimosso. Proprio questo rimosso in fondo non si rimuove proprio. Mi perseguita. Con il mio gesto voglio chiedere perdono a mio padre. So che è assurdo, ma mi riconcilio con lui. Lui mi voleva morto, in fondo. Chi fa certe cose non pensa di farle con un vivo. Perdonami quindi papà, se non l'ho fatto prima. Ora finalmente rovescio la mia fortuna. Di tre fratelli a me è toccato. Fortunati i miei fratelli, che in fondo forse non sanno nulla. Né mia madre. Ma io non posso andare avanti. Non posso. Perdonatemi, vi prego."
Mancuso rimane immobile per almeno dieci minuti. Non sa che dire o fare. Non gli era mai capitata una cosa così. In fondo aveva già capito tutto, ma vedersela di fronte, la verità vera, fa sempre sconvolgere.
Si poneva il problema di cosa fare, ma forse nel biglietto stesso c'era scritto, cosa fare, bastava leggerlo con attenzione.
Perdono. Una parola che Giovannino aveva usato più volte. Perdono, per Mancuso, a questo punto, significava lasciare le cose come sono. Che tanto le cose stesse già erano cambiate abbastanza. L'ansia della madre, dei fratelli era senza forma. Si esercitava e basta, e si sarebbe esercitata comunque fin che vivevano. Se ne avessero saputa la ragione non sarebbe cambiato nulla. Avrebbero dato alla loro stessa vita solo la forma di un delitto.
Perdono. Mancuso aveva in mano la leva della vita di molte persone. Il torto subito con quel volo dal quinto piano si sarebbe consumato prima se loro gli avessero per sempre dato la forma dell'inspiegabile, dell'ignoto. Un mistero, la morte ingiustificata di una persona cara. Conoscerne le ragioni avrebbe solo allungato la sofferenza. L'unica forma effettiva di perdono era il lasciare tutto correre. Il colpevole, in fondo, non l'aveva fatta franca.
Richiuse la busta e la ripose nelle pagine di un libro. Già, il mistero dei numeri ! A Mancuso, ora, in fondo, non interessava più. Irruppe il Commissario, allora Mancuso 'sto caso ? Che voleva il ragazzo ? Comandi, Commissario. Niente, niente, particolari irrilevanti. Insomma, che dice, lo chiudiamo 'sto caso o no ? Faccia lei, disse il Commissario. E uscì.