Piccoli viaggi.
Grecia, estate 2007.
Nostos, I. Delfi.
Ci accoglie un vento forte, che già aveva dato presenza nel difficoltoso atterraggio ad Atene. È il saluto del vento del nord ovest, abbastanza fresco, che lima i 38 gradi segnalati da una macchina in affitto con marmitta rombante. Poco prima un addetto dell’aeroporto mi aveva avvertito che il mio bagaglio non solo non aveva varcato il nastro, ma era proprio rimasto a Roma. Vi scrivo con la stessa biancheria di prima, insomma, nella speranza di incrociare al più presto i destini della mia valigia.
Il vento, dicevo. Segna i contorni degli alberi e riga quasi la strada, la macchina non è quasi più macchina ma vela. È il saluto della terramare Grecia, come a deridere la civiltà riportandoci con fierezza a prore e vele, nocchieri, dei inferi marini. Il vento ci guida sempre, si calma solo verso l’arrivo di un viaggio che attraversa la Beozia, un nome non bello, certo, con un caldo lancinante che esplode nella prima sosta a suon di insalata di cipolle e Nescafè, a noi, grecoviaggianti. Il patron del chiosco è gentile, se sanno che vieni da Roma gli si apre il sorriso a questi greci. Perchè loro la civiltà l’hanno avuta e rimessa in un lampo di storia. Un lampo spento su Roma e poi sull’intero mondo. Un lampo di storia. Il Pensiero. E l’idea che la physis, la natura pensata, qui, chiede a gran voce il proprio dominio su tutto. Lo dice e reclama la vista dalla terrazza di Delfi: risuona Yesterday da una qualche finestra vicina, ma è il futuro, perchè un viaggio è sempre futuro. Ironia dell’eterno ritorno. Il cerchio si chiude, nostos, come fa il meraviglioso lembo di terra d’ulivo, un mare; e che verso il mare scende, di lontano. Non so se andare o restare. Ma forse sono sempre stato, in fondo, qui. Delfi, il centro del mondo.
Nostos, II.
Non so se fosse grasso grasso, ma il matrimonio greco comincia nelle strade di Nauplia, a suon di clacson, e contribuisce a svegliarmi più del caffè. Sono le otto e facciamo rotta verso Epidauro, il teatro dei teatri. Negli occhi ancora forse la pietra più antica che abbia mai visto, a Micene. Blocchi di pietra che non conoscono archi; la Porta dei Leoni - nel 1500 a.C. in Grecia vivevano i leoni, è un leone che Ercole uccide come prima fatica. E in fondo sembra costruzione esotica, non esisteva Europa, ci vollero almeno altri otto secoli prima che Omero ne descrivesse la civiltà cantando di Agamennone e Clitennestra. La tomba detta di Agamennone me la ricordavo dai libri, non me la immaginavo però così immensa. Ma ero rimasto ad Epidauro. Il teatro non è un teatro, è un’abisso immenso di quattordicimila spettatori, con tredicimilanovecentoerotti greci che ridono all’unisono ad una versione in effetti divertente della Lisistrata - quella dello sciopero del sesso, per intenderci - con tanto di enormi peni finti, accenni sadomaso e United Nation of Sex. Gli spettatori applaudono, così faccio io; non capisco una parola, ma dopo un pò comincio ad immaginare cosa i personaggi dicessero, mi sono raffigurato nella mente chissà quali dialoghi, cogenti, ma immaginari. Credo facciano così anche i bambini, a teatro.
Ora è sera. Della stanchezza del giorno passato non so fare un sunto preciso. Forse è tutta qui: seduto davanti ad una piccola piscina di un hotel marino. La luna è piena e filtra tra il bianco e blu delle case ed alcuni maldestri fili della luce. È la sintesi di questo posto, da cui non si parte se non per il mare. Thira, Kallistè, la bellissima, o più semplicemente Santa Irene, Santorini, il centro del mare. Come se avessi navigato per settimane, mesi, anni, o secoli, chissà.
Nostos, III.
Si rarefanno, i racconti, complice il predominio della natura. Qui a Folegandros c’è solo una strada, solo un computer, molte taverne, molta gente, ma non troppa. Il tramonto si staglia e dipinge di viola tutta l’isola, di per sè bianca. Bianche le spiagge, da raggiungere con perizia e coraggio - o con un caicco simpatico. Il nocchiero ti sfila le scarpe per farti scendere sulla riva senza bagnarti. L’isola respira. Se ti adegui al suo ritmo vai tranquillo. Ti alzi (da una casa baronale uscita da un film di Elio Petri in Sicilia) un tuffo in piscina (qui le piscine sono per tutti, è scritto fuori - anche quella del 5 stelle, tanto che la nostra ho chiesto se si poteva usare e la tipa mi fa "is for everybody") e poi via verso la spiaggia o più di una, secondo il sole ed il vento. Il terrore che fosse una morettiana Alicudi si dissipa subito. È un’isola organizzata. Io la definirei "la vacanza". Livadaki è una spiaggia affollata ma le tamerici ti offrono riparo ombra e silenzio, qualche metro più su. Aghios Nicolaos ci dicono sia per nudisti, ne troviamo un paio, tutti gli altri con il costume. Per fare media io me lo sgambo un pochino. Poi a largo, lo agito come una bandiera corsara. E sono tutt’uno con il mare. Perchè qui il mare si sente, si odora in ogni angolo. È un’isola stretta e lunga. Se stai in cima vedi mare tutt’attorno. È una sensazione stringente. A Folegandros ci sono 100 chiese, ma ci si chiede dove le hanno messe. Se alzi la testa vedi che buona parte delle case nella Chora, delle taverne sono ex chiese. E sale una preghiera laica che collega le bianche pietre il mare turchese chiaro, le rocce a piombo e il vecchio sull’asino che ti saluta, ma se ripassi non ti risaluta. Perchè ti vuole salutare e non ingraziarsi il turista. Domani si torna a Santorini, la kallistè, la bellissima. Folegandros non ha la sua imponente bellezza, ma ne conserva la grazia. E l’arricchisce, anzi, di una pace che ti riconcilia con il vento.
Nostos, IV.
L’ultima Santorini è la vista a ritroso, come a chiudersi, divertito viaggiando sul retro di un’Ape 125 del marito dell’affittacamere. Io, le valigie, Mimma nell’abitacolo assieme al vecchio, a folle lungo le viuzze del borgo marinaro di Karterados, giù fino al mare, che appare d’incanto: la stradina lo costeggia quasi ad immergersi, poi si risale motore acceso verso l’aeroporto. Era questo il transfer promesso all’atto di sottoscrizione di una camera per una notte, la notte d’addio a Kallistè, la bellissima, come a strappare un fiore solitario. Il pomeriggio turistico in passeggiata via mare, su di un veliero stile caraibi verso il vulcano, con tanto di passeggiata e ritorno di corsa perchè la nave sbuffava e noi si era in ritardo. Poi le Hot Springs, sorgenti ferrose, da bagno termale, la nave si ferma prima e ci indica di buttarci a mare. Ancora adesso, mentre l’aereo saluta Santorini tengo con me l’acre odore ferroso nella pelle, l’ultimo saluto, il portami con te almeno per un pò, due amanti che si salutano. |