Con generatio#3 ho cercato di costruire uno spettacolo che desse l'impressione di reggersi da solo, senza l'intervento umano. Penso sia qualcosa di simile a quella che si definisce una "installazione".
Ho puntato in primo luogo sulle sensazioni. Su quei mutamenti che intervengono in noi senza alcun volere. Non si può "non sentire" il vento o "non vedere" una luce, “non avere” paura. Più di un trattato di semiologia, che lascio a chi ne sa molto più di me, lo spettacolo vuole essere una riflessione sul senso delle parole, sul loro ruolo nella definizione del mondo, sulla loro verità. Vorrei tentare di ricercare come parola e cosa non si appartengano totalmente. Uno straccio, una via: perché nella definizione delle cose vive costantemente quell'inclinazione assolutamente personale a unire parola e cosa, inclinazione che è simbolo di libertà e possibilità. Allo stesso tempo: trovare uno o più gesti meccanici attraverso i quali descrivere l'eterno ritorno della scena; un gesto, un oggetto che siano all'inizio come al termine della scena, e che dica quanto questi oggetti ci siano sempre stati e sempre ci saranno. Indipendentemente da noi. La voce. Sarà "in-umana", a dimostrare quanto l'uomo tenda ad essere dispensabile, a scomparire, a fare in modo che le cose vivano di vita autonoma. La solitudine delle cose che si definiscono da sole. La solitudine. L'oggetto è SOLO. Non cerca collaborazioni o empatie. Questo è il senso dell'IN-animato; che non ha necessità di interagire. (... Sono sempre stato inquietato dalle voci artificiali prodotte da computer. Mi hanno sempre lasciato la sensazione ed il pensiero che gli oggetti potessero esistere indipendentemente dall'uomo che li aveva creati ...) La sostanzialità della macchina è la sua voce. E la meccanicità è, in fondo, un nulla. Basta staccare la spina. La meccanicità ci restituisce indirettamente il significato della morte. L'essenza stessa della vita è un gesto comune a tutti, quello del morire, in cui a nulla vale la volontà. Dinnanzi all’estrema libertà di potersi pensare finito finalmente si percepisce la dinamica libertà di poter chiamare le cose con il loro nome, che è poi quello che più appartiene a noi stessi e all’essere stesso delle cose. Ringrazio i miei collaboratori, in particolar modo Horacio Quota e Andrea Di Paolo il quale mi ha aperto gli occhi su una realtà musicale contemporanea che in quel momento e tuttora descrive appieno quello che sento. Ed Emilio Garroni, professore di Estetica appena scomparso, che ebbe, ormai più di dieci anni fa, la briga di farmi laureare. E che mi illuminò per sempre, ma senza volere, così come sanno fare i più sinceri. Mia madre, infine, per avermi finalmente detto qualcosa a parole mie. ac
generatio#3. Le parole o le cose. I Sensazione/emozione 1. Fitter Happier / Radiohead 1:57 II. Rappresentazione/linguaggio 8. generatio_tre oggetti / Un Computer 0:44 III. La solitudine 13. C. x violonc. e orch._ part / Ivan Fedele 2:59 Consulenza musicale Regia di Alex Cantarelli. In memoria di Emilio Garroni (1925-2005) 3,4,5,6 Maggio 2006, Roma.
|