La Storia della Favorita
TangoBlanco
Avevo un amico che un giorno, un normale giorno assolato di fine agosto, preso dalla noia e dall’intorpidimento dello stare sdraiato a fare nulla, si alza e va alla finestra semichiusa dalla persiana. E scorge nell’angolino visuale una persona di mezz’età, alta, in un balcone del palazzo quasi di fronte, che si china e si dimena. Pensa, che succede ? Poi tra le ringhiere del balcone intravede un bambino, avrà avuto sì e no due anni. Stava appena in piedi. I due giocavano e si parlavano. Bene, pensa il mio amico, e fa per andarsene, ma, un istante prima di farlo vede con la coda dell’occhio che il signore, forse il nonno del bambino, prende il bambino in braccio, lo bacia e lo getta dal terrazzo. Sarà stato il quinto piano. Il mio amico, atterrito, non sa che fare. Di lì a poco, sirene su sirene. Polizia, ambulanze. Pianti, grida. Per il bambino, crede di capire, c’è ben poco da fare. Dalla terrazza vede che nella casa di fronte era entrata la polizia. Vede un poliziotto chinarsi e cingere le spalle del nonno. Lo consola. Stanno lì un poco e poi vanno via. Il mio amico non sa veramente che fare. Intuisce. Capisce, in fondo, che tutti avranno parlato di tragedia. In fondo, se nessuno ha visto nulla, come si può pensare che un bambino possa essere ucciso ? Lo stesso bambino che era stato affidato al nonno, per tenerlo magari un pomeriggio. Come si può pensare che il nonno abbia commesso un omicidio tanto atroce ? E capisce che tanto più il motivo di un gesto efferato è assurdo nelle motivazioni, tanto meno se ne viene a capo.
Lui però aveva visto. Poteva dire la sua. E invece rimaneva atterrito.
Un bambino era morto. Ma il suo silenzio avrebbe consentito a tutti gli altri di continuare a vivere. Una vita uguale a prima. Il suo silenzio lasciava il mondo intatto.
Fu qualche mese dopo. Il mio amico era in casa. Guardava un film. “Il Padrino”. Viveva a Palermo, la Palermo della Favorita. Palazzi alti. Lassù i torti arrivano stemperati, flebili. Si può vivere. Nell’ultima sequenza, il fratello di Michael Corleone, Fredo, che aveva tradito Michael, anche se poi se ne era pentito, parte per una gita in barca, una piccola barca sul lago. Con una guardia del corpo. Vuole portarsi il nipotino, il figlio di Michael, ma una persona blocca il bambino, il padre, dice, non vuole che vada. Allora l’uomo ristà un po’, china lo sguardo. I due partono in barca. Fredo, a largo, recita ad alta voce l’Ave Maria, di spalle. Al tramonto. Dalla casa di Michael si sente uno sparo. Tutto era compiuto. Uccidere il proprio fratello. Il mio amico pensava che era una cosa atroce. Si alza, cambia canale. Telegiornale. Immagini confuse, macchine bruciate, autostrada divelta. Avevano ucciso il giudice Falcone. Con lui sua moglie, gli uomini della scorta.
Il mio amico si alza. Ha un pensiero improvviso. E pensa che non era vero che tutto poteva sempre scorrere uguale. Come nulla fosse accaduto. Che qualcosa era invece accaduto e che non ci si poteva passare sopra. Che la giustizia non ci riporta i morti, ma forse fa in modo che non ce ne siano altri. La giustizia era un atto d’amore. E l’amore cambia le cose. Niente è uguale a niente, se c’è amore.
Nella scena successiva, mezzo vestito ed ansimante, il mio amico bussa alla porta del commissario. Le devo raccontare una cosa, dice. Quel bambino, alla Favorita, ricorda ? Beh, non fu un incidente. Io ho visto tutto.